IX Edizione

La SELVATICHEZZA ci salverà?

La SELVATICHEZZA ci salverà?

Certo è strano come le parole passino improvvisamente dall’essere anonime a celebri e ricorrenti, spesso attraversando una totale trasformazione o una parziale modifica del loro significato originale. E’ sufficiente vederle comparire, tirate a lucido, su qualche rivista patinata, quotidiano o magazine di tendenza, che diventano subito futuro, fanno effetto visione e inducono a pensare al cambiamento. Sì, perché non solo “con le parole si fanno cose” come suggerisce il titolo del libro del linguista John L. Austin, ma si producono anche conseguenze.

E’ questo forse il destino della parola selvatico? Chissà, sicuramente è sulla buona strada perché in poco tempo sembra aver riacquisito una forma, una consistenza, un sapore e un colore che aveva perso nella storia.

A lei riconosciamo il merito di aver evocato gli ideali illuministi di Rousseau, i  romantici sentimenti di struggente adorazione della natura e devozione alla sua bellezza, di libertà dalle regole, accoglienza del sublime, esaltazione del sentimento e dell’istinto, di aspirazione verso l’infinito. E oggi, a distanza di secoli, eccola lì, protagonista di un racconto mai finito, già scritto, da poeti e scrittori come Coleridge, Wordsworth, Shelley, Thoreau, già dipinto, da artisti come Turner, Constable, Friedrich, Rousseau, e musicato, da compositori come Wagner, Mahler, Schuman.

Questa parola, come altre, sembra «nascondere un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi» per utilizzare le parole Gianrico Carofiglio, «quello di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo».

E così è. La SELVATICHEZZA di Robinson Crusoe sta diventando un vero e proprio movimento, che fa della riscoperta delle radici, in senso letterale e metaforico, il suo manifesto. Le persone sono di nuovo innamorate follemente della natura, sono rapite dalla sua grandezza e dal suo mistero ed estasiate dal suo funzionamento. Finalmente si inizia timidamente a provare quella incredibile connessione con il mondo vegetale e le sue creature, che ha reso il film Avatar, la premonizione di un futuro forse possibile. Il perché lo abbiamo capito tutti: la natura fa bene e può essere l’antidoto per curare le malattie della contemporaneità.

E non è un caso che un rapporto appena uscito sui trend riguardanti il giardino, identifichi nella RICONNESSIONE con le radici e con il mondo naturale, la tendenza più forte degli anni a venire. Ed è proprio in questo legame empatico tra uomo e natura che si nasconde la chiave emotiva, fisica, spirituale, per la difesa della terra. Secondo il rapporto, la società moderna vive in un deserto di internet, stress e  lavoro, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. La natura, all’interno e all’esterno di spazi abitaitivi e non,  è un’oasi in cui riprendere fiato, trovare la pace e serenità interiore. L’ossessione per la tecnologia ha creato un allontanamento dai nostri ritmi naturali portando il pianeta ha respirare senza fiato. Ma un cambiamento è finalmente all’orizzonte.

La selvatichezza ci salverà? sì, se abbracceremo questo nuovo movimento che in fondo non rappresenta altro che la rinascita di un secondo romanticismo, come teorizza una delle più autervoli anticipantridi di tendenze Li Edelkoort: “Abbracciare le drammatiche circostanze dell’età del dubbio adottando e sposando la malinconica visione del mondo ereditata dai romantici, sarà l’unica via d’uscita”.

«Sebbene io sia cambiato, non c’è dubbio, da come ero quando la prima volta venni tra queste colline; quando saltavo come un capriolo sulle montagne, sulle rive di fiumi profondi e ruscelli solitari, dovunque mi guidasse la natura: più come un uomo che fuggisse da qualcosa che teme, che uno che cercasse ciò che ama. Perché allora la natura (e adesso non ci sono più i semplici piaceri  dei giorni giovanili e i loro allegri movimenti animali) era per me il tutto in tutto.

Non so dipingermi com’ero allora. Il rumore della cascata mi tormentava come una passione: l’alta roccia, le montagne, il bosco buio e profondo, i loro colori e le loro forme, erano allora per me un desiderio; un sentimento e un amore, che non avevano alcun bisogno di un fascino più remoto, fornito dal pensiero, né di un interesse che non derivasse dall’occhio.

Quel tempo è passato, e tutte le sue gioie dolorose non ci sono più, né i suoi rapimenti nebulosi. Non mi dispiace, non me ne lamento, né lo rimpiango. Altri doni mi sono giunti che sono, così credo, abbondante ricompensa per ciò che ho perso. Perché ho imparato a guardare la natura, non come al tempo della gioventù, ma ascoltando spesso la lenta, triste musica dell’umanità, né stridente né aspra, ma con grande potere di sottomettere alla riflessione.

Ho sentito una presenza che mi turba con la gioia di pensieri elevati; il senso sublime di qualcosa infuso molto più profondamente, che abita la luce del tramonto, il cerchio dell’oceano, l’aria viva, il cielo blu e la mente dell’uomo; un moto e uno spirito che spinge tutte le cose pensanti, tutti gli oggetti di tutti i pensieri, e che ruota attraversando tutte le cose.

Perciò io sono ancora un amante dei prati e dei boschi e delle montagne; e di tutto ciò che vediamo di questa terra verde; di tutto il potente mondo dell’occhio e dell’orecchio, -ciò che essi creano per metà e ciò che percepiscono; mi piace riconoscere, nella natura e nel linguaggio dei sensi, la radice dei miei pensieri più puri, l’origine, la guida, il guardiano del mio cuore e della mia anima, di tutto il mio essere morale

poesia tratta dalle Lyrical Ballads del poeta inglese William Wordsworth e dedicata all’Abbazia di TinTern

 
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