IX Edizione

Lo zen e l’arte della raccolta spontanea. Parte prima

Lo zen e l’arte della raccolta spontanea. Parte prima

Prima di tutto un’avvertenza: ANDARE PER CAMPI è una cosa seria, mooolto seria. E se non lo avete mai fatto, niente vi può preparare, nemmeno l’aver letto svariati manuali.

Il bosco, la foresta, la scoperta di un legame arcaico con la natura e la riscoperta delle nostre radici. E’ difficile da spiegare, VA provato e basta. Il FORAGING, è qualcosa di PIU’ che la raccolta di cibo che cresce spontaneo, è una specie di pratica religiosa che richiede conoscenza e riconoscenza. Nasce dall’esigenza di SELVATICHEZZA che non è semplicemente sperimentazione del potere catartico della natura, ma attitudine a dialogare con il mondo e a modificare la nostra idea di ciò che desideriamo. Scegliere di diventare cercatori di erbe, bacche, frutti, radici, cortecce commestibili, licheni e muschi – sì perché in natura non si butta via niente (o quasi) – impone un CAMBIAMENTO di prospettiva. All’inizio non semplice da gestire perché, si sa, il nuovo crea sempre del disagio, ma una volta superato quel bisogno di approvazione che spesso ci ingabbia,  si aprirà lo spazio per un confronto vero con la vita.

Come quello di uno tra i primi profeti del selvatico, lo chef Renè Redzepi che ha scelto per il suo nuovo NOMA, un quartiere di Copenaghen, selvatico tanto la sua filosofia di vita: la comunità anarchica autoproclamata di Christiana.

Pete Wells, critico gastronomico del New York Times, racconta che «oltre la recinzione è possibile vedere la casa del vicino, una yurta improvvisata nel bosco e che ai margini della proprietà si trova uno stagno dove cigni, germani reali e folaghe si rincorrono. È come se il signor Redzepi avesse trovato la porta sul retro di Copenaghen e l’avesse portato il ristorante con sé. »

AL teorico del ritorno a cotture, tempi e gesti ancestrali, basta poco: qualcosa di verde, come piante e lumache in tarda primavera ed estate, qualcosa di nero, marrone e sfumature di rosso, come funghi selvatici, noci, selvaggina, bacche, cervi, alci e orsi, nel tardo autunno e in inverno, e qualcosa di blu e azzurro, come pesci e creature dell’oceano, fino a tarda primavera inoltrata.

Il San Francesco delle piante, convinto che conoscere l’ABC della natura, la flora e la fauna, gli schemi nel paesaggio e i ritmi nelle stagioni sia importante quanto imparare a leggere, a scrivere, specialmente oggi che le persone pensano che il cacao sia latte proviene da mucche marroni, ha da poco creato un’applicazione VILD MAD dedicata ad appassionati di foraging, una guida dedicata alla decodificazione del paesaggio naturale e di tutto il suo potenziale culinario.

Ha anche sviluppato un programma di foraging per i bambini delle scuole danesi con seminari di formazione offerti da 50 guardie forestali, perché sarebbe bello immaginare che i bambini possano scegliere dalla natura quello che più gli piace come farebbero con i cornflakes e le caramelle al supermercato.

Insomma non si tratta di nostalgia romantica per la vita semplice – come spiega il botanico inglese Richard Mabey – ma della consapevolezza di come il cibo si inserisca in un disegno complessivo delle cose.

Certo oggi ascoltare questa tensione emotiva sembra quasi facile. Il foraging va di moda. Riempie pagine di magazine e di riviste. Definisce uno stile di vita. Ispira suggestioni nel cibo, nella moda, nel design, nel beauty. Ma per sfuggire alle logiche di mercato che fanno del ritorno alle radici un brand, è necessario sviluppare o potenziare quel SENSO di audacia ed indipendenza che ci può tirar fuori dalla comfort zone e obbligare a trovare risposte e soluzioni per noi e le generazioni a venire.

#laselvatichezzacisalverà

 
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