Le città, per far vivere gli uomini, hanno bisogno di centinaia di ettari di verde: immaginarle come alternative a boschi e foreste o a luoghi in cui la vegetazione è puro decoro, è un’illusione che fa male. Dobbiamo ripensarle come ecosistemi in cui fusti e arbusti sono membri della comunità. E dargli un nome, possibilmente, come già a tartarughe, cani e gatti.  Emanuele Coccia

Che belle sarebbero le città se fossero abitate da uomini, piante e animali che, dopo essersi frequentati, piaciuti e scelti, decidono di passare insieme il resto della loro vita!

Ecosistemi felici che riempiono  e danno senso allo spazio che li circonda.

Sono i luoghi del futuro. Nei prossimi trent’anni ospiteranno il 70% degli esseri viventi e produrranno da sole la maggioranza del Pil globale. Dovranno evolversi per rispondere alle tante sfide che li aspettano.

Pensiamo allora alla città  – sostiene  Emanuele Coccia – come fatto forestale, e la foresta un luogo in cui gli alberi coesistono e pensano insieme, come un fatto urbano. E trasformare queste megalopoli in nuove foreste. Foreste urbane e abitate, ma foreste.

Gli alberi potranno

  • Rinfrancare spirito e corpo (la presenza di alberi diminuisce l’ormone dello stress del 16% con effetti fisiologici misurabili e aumenta il livello di creatività del 50%)
  • Rinfrescare le nostre case e diminuire l’utilizzo dell’aria condizionata (la temperatura media su pareti ombreggiate da alberi o coperte da rampicanti si riduce di 13-15 gradi centigradi con la conseguente diminuzione del consumo energetico per il condizionamento dell’aria (da 5,56 kW a 2,28 kW)
  • Attenuare i rumori (Una cintura di 15 alberi può ridurre di 3 dBA i livelli del rumore)
  • Mitigare gli effetti dello smog

Il numero di alberi – citando sempre il nostro filosofo – dovrebbe superare il numero degli abitanti e ciascuno dei cittadini dovrebbe vedersi attribuita la cura di almeno due alberi di cui essere giuridicamente responsabili. Queste foreste saranno il corrispettivo non-umano della rete digitale: una grande rete biologica che allontana il deserto che l’incantesimo delle pietre ci ha costretti a diffondere ovunque. Se vinceremo questa sfida, nel mondo futuro non ci sarà più opposizione tra l’urbano e la campagna, il moderno e il rurale. Ci saranno solo foreste: foreste urbane abitate, foreste agricole a uso alimentare, foreste non abitate da uomini.

Foreste in cui svolgere quell’azione ricorsiva, ritmica, cadenzata che facciamo di continuo, senza neppure accorgercene, se non quando accada qualcosa che ne alteri la frequenza. Azione cui affidiamo la nostra sopravvivenza e che ci rende sodali di tutti gli organismi viventi, dai più semplici ai più complessi. RESPIRARE.  Semplicemente e nulla di più che essere in vita.

In questi 10 anni abbiamo invitato molti giovani autori a raccontare una visione personale di foreste urbane. E stimolato i nostri visitatori ad abitare consapevolmente questi paesaggi, respirarne l’aria leggera e sperimentarne il potere terapeutico.

Sono luoghi sacri, dimore di creature originate dalle antiche memorie del subconscio umano.  Sono piccoli spazi verdi che lanciano messaggi fermi e duraturi, pensati per essere posti su balconi, terrazzi, tetti della città, e sollevare questioni importanti come la ricchezza del mondo naturale e della biodiversità, dell’interconnessione tra specie viventi. Sono luoghi per meditare e riposare, posti tranquilli in cui ritrovare il contatto con l’universo che ci circonda. Sono passaggi che portano diritto nella dimensione dei sogni e della fantasia. Sono piccole tane in cui provare l’esperienza primordiale del rifugio e della cura. E sono un bosco abitato da grandi maestri con radici profonde capaci di parlare alla nostra anima, da abbracciare, toccare, conoscere. E sono una fitta e umida foresta profumata di cirmolo, in cui abbandonarsi alla natura che calma corpo e mente.

Buona passeggiata.