Come saranno le città dopo la pandemia?

La risposta a una catastrofe non è di ristabilire l’ordine precedente. Si tratta di crearne uno nuovo. Siamo sognatori. Proviamo a sognare un mondo diverso, un mondo migliore. Questa è la più grande possibilità che potremmo avere. Fabio Novembre

Sicuramente dobbiamo ripartire dalle nostre città e immaginare nuove prospettive, anche in considerazione del fatto che entro il 2050 saranno abitate dal 70% dalla popolazione del pianeta.

Se d’una città non godi le sette o settantasette meraviglie ma la riposta che dà ad una tua domanda, oggi siamo in cerca di molte risposte. Il virus con la sua quarantena forzata e il distanziamento sociale ha fatto emergere bisogni primari, imperativi fondamentali dalla cui soddisfazione dipenderà la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Con tutti i difetti che ha, la città rimane la forma di aggregazione umana più bella e intelligente che l’uomo abbia mai costruito. L’uomo è un animale sociale e la sua più grande conquista è sta quella di costruire la città, un modo per vincere il terribile sentimento della solitudine. Ci sono questi interstizi della città che sono la vera ricchezza degli spazi pubblici. Sono gli spazi collettivi, spazi non direttamente funzionali. Possiamo andare in città a anche a far niente, flâner dans la ville … Mario Botta

La fragilità dei nostri obiettivi – raccontata come meglio non si poteva da una piazza San Pietro vuota, abitata solo dalla storia e da un uomo che porta sulle sue spalle la sofferenza del mondo – impone un arresto e una necessaria riflessione sul nostro futuro e su quello degli spazi che abitiamo.

Dovremo ripensare le nostre città, come è già accaduto più volte nella storia. Il concetto di città è densità e vicinanza. Qui sta la sua bellezza e anche la sua tragedia. Dovremo portare la campagna in città e non viceversa. La gente non dovrebbe allontanarsi verso le zone rurali a causa della pandemia di coronavirus. L’obiettivo sarà allora quello di rendere le zone urbane più sostenibili ed ecologiche attraverso nuovi parchi sfruttando anche i tetti, le strade e i binari ferroviari inutilizzati. Anche i laghi artificiali in prossimità di fiumi e foreste diventeranno un imperativo nel prossimo futuro. Dovremo portare la campagna in città e non viceversa. La gente non dovrebbe estendere il proprio spazio vitale alle zone rurali a causa della pandemia. La salvezza del futuro sta nel preservare la natura. Le zone urbane potrebbero essere più attraenti ed ecologicamente sostenibili. Gli edifici dovranno essere sempre belli se vogliono resistere alla prova del tempo. La bellezza è e rimane la cosa più importante della nostra vita. Jacques Herzog e Pierre de Meuron
©herzog &de meuron

E di campagna, ma in modo completamente diverso, parla anche l’ architetto olandese Rem Koolhas, che vede invece il futuro post-umano proprio nella campagna, in quel 98% della superficie terrestre che non è occupata dalle città e racconta questa sua visione in Countryside. The Future, una mostra al Guggenheim Museum di New York.

Ora sono interessato alla campagna per la stessa ragione per cui prestavo attenzione a New York negli anni ‘70… Perché nessun altro lo stava facendo.
©laurian ghinitolu

Fattorie sperimentali e robot, trattori ad alta tecnologia controllati da un iPad, droni sottomarini progettati per pattugliare le barriere coralline, acquacultura, e data center e pubblicità di furgoni. La sua campagna non è quella dei dipinti bucolici ma è il luogo in cui concentrano le forze più radicali e moderne della nostra civiltà. Non è un ritorno al passato, nostalgico e mitologico ma piuttosto un viaggio in un presente e in un futuro molto vicino.

L’architettura della “nuova” campagna si riduce a strutture “rigidamente basate sul codice, sugli algoritmi, sulle tecnologie, sull’ingegneria e sulle prestazioni, non sulle intenzioni. Governata da sofisticati sistemi di produzione robotizzati, che si prepara a rovesciare equilibri oramai dati per scontati.

Così mentre le città implodono, la campagna da luogo di inciviltà si trasforma in un luogo di redenzione, regno incredibilmente agile e flessibile, più di qualsiasi metropoli moderna. E allora chiediamoci: cosa possiamo apprendere da quel 98% del pianeta che non è occupato dalle città? campagne, oceani, villaggi rurali, aree selvagge e e ancora bassissima densità di popolazione cosa ci insegnano? Scateniamo il futuro …

La seconda immagine della nostra quarantena è la natura selvatica.

Dicono che un’altra specie non troppo dissimile dalla nostra ma con maggiore esperienza intenda soffiarci il tanto agognato primato di specie dominante, nel qual caso i giochi sarebbero ancora tutti aperti, e gli esiti insondabili. Maurizio Maggiani


Noi abitanti di città, siamo affamati di natura selvatica e di paesaggio. E da qui dobbiamo ripartire.

Parc de la Distance è il parco progettato dallo studio austriaco Precht. Una sorta di labirinto diviso da alte siepi che consentirebbe alle persone di stare all’aperto mantenendo la distanza sociale nel post pandemia di coronavirus.

Che aspetto avrebbe un parco e come funzionerebbe se avesse quale linea guida di progettazione, la regola del distanziamento sociale? E cosa possiamo imparare da uno spazio come questo che ha ancora valore dopo la pandemia?

Il parco, immaginato per un terreno libero a Vienna ma adattabile a qualsiasi città del mondo, trova la sua ispirazione dai giardini barocchi francesi e dai giardini zen giapponesi. Avrebbe numerosi percorsi fruibili contemporaneamente, ognuno con la sua entrata e uscita regolata da un cancello posto a regolarne e indicarne il flusso. Le siepi, larghe 90 centimetri e distanziate 240 cm le une dalle altre, oltre a creare interessanti geometrie, consentirebbero il rispetto della distanza fisica tra i suoi visitatori. Ogni percorso, fatto di ghiaia di granito rosso e lungo 600 metri, permetterebbe una passeggiata comoda di 20 minuti dalla parte più esterna verso il centro, dove si trovano le fontane, e viceversa. Un parco nato per fronteggiare una pandemia, potrebbe trasformarsi alla fine di tutto in un luogo in rifugiarsi dal rumore e dal trambusto della città per godersi un breve momento di solitudine per pensare, meditare, camminare, riportare un po’ di natura dentro di sé.

Sebbene le persone siano visivamente separate per la maggior parte del tempo, potrebbero sentire i passi sui ciottoli provenire dai percorsi vicini. L’ altezza mutevole delle siepi permette ai visitatori di essere contemporaneamente immersi nella natura e vedere il giardino oltre la siepe.


La pandemia ha mostrato a tutti noi, che il grande valore dell’esperienza nella natura selvatica consiste nell’essere altrove, “being away”. Quando siamo lontani dalla normalità, dalle abitudine quotidiane e ci troviamo in u ambiente insolito e ricco di stimoli, prendiamo le distanze dalla quotidianità.

I centri urbani non dovrebbero essere definiti dalle loro proprietà immobiliari, ma piuttosto dalla loro capacità di regalare una fuga. Dalle possibilità che ci consentono di trovare rifugio nella natura. Invece di banche, strade, palazzi di uffici, i centri urbani dovrebbero essere riprogettati con parchi, aree selvagge e piante. Così ci accorgeremo dell’importanza dei piccoli spazi esterni – spesso troppo piccoli – che abbiamo attorno alle nostre case.

Forse potremmo chiedere consiglio a chi il pianeta lo abita da prima di noi. Scopriremmo che

Adattabilità è la parola magica. Mancano gli alberi? Pazienza, faremo il nido a terra, decidono le aquile delle pianure mongole. Perché in tempo di crisi si esaltano le competenze, è adesso che bisogna essere duttili. Maurizio Crosetti

Grow Wild!