Il Giardino di Ninfa

un viaggio di trasformazione all’interno dell’animo umano
di Riccardo Primitivo Fiorucci

Il primo impatto è lo stupore, il secondo la confusione, il terzo la bellezza. Ma la percezione dell’ordine-delle-cose arriva solo dopo una frequentazione assidua del Giardino.

A Ninfa sembra che tutto accada per caso, o l’esatto opposto: che tutto sia studiato a tavolino. È difficile accettare che si tratti di una magica sintonia delle due cose, che lo studio e il caso si siano abbracciati, sposati, e abbiano generato un luogo così incredibilmente affascinante. Ma… Ninfa non è solo fascino, è tanto altro, è trasformazione, è comprensione, è fiducia, è camminare su gusci d’uovo e fare attenzione a non romperne neanche uno. Sembra strano che un luogo, un giardino così tanto assaltato dal turismo possa generare così tante emozioni e turbamenti, ma è così. Ninfa non è solo un giardino, Ninfa è una città, Ninfa è un parco archeologico, Ninfa è un Genius loci che merita tutto il rispetto che si dimostra a un luogo di culto: i giardini, tutti, sono luoghi di culto ma a Ninfa lo si può sentire un po’ di più, soprattutto quando i visitatori sono ormai usciti dai cancelli, e i veri abitanti del luogo tornano ad abitarlo, sereni, senza più le voci delle guide e le risate o i pianti dei bambini più piccoli.

Si, i pianti. Il pianto, l’angoscia, la desolazione sono i paradossi del Giardino. Durante la massima fioritura dei Prunus e delle Iris, o più avanti delle Rose, non è poi così raro ritrovarsi  turbati, con le lacrime agli occhi, o angosciati. Nel giardino ci sono storie, storie molto grandi e molto antiche, ma soprattutto storie più personali e taglienti impresse nelle cortecce e nelle antiche rovine dalle ultime generazioni della famiglia Caetani, creatrici di questo luogo al limite dell’immaginazione.

Passeggiando nel giardino ci si rende conto che qualcosa dentro di sé cambia drasticamente, che pian piano cambiano i punti di vista e cambiano le aspirazioni.

Forse si tratta solo del bello, che è capace di plasmare le menti, ma è come se il giardino fosse capace di digerire e trasformare l’animo di chi vi si abbandona. Ci si sente come un blocchetto di tufo, oramai immerso negli abbondanti cuscini di Tradescantia fluminensis, che pian piano viene ricoperto da foglie, e pian piano viene trasformato in altro: un perfetto substrato per i muschi, abbondanti nell’umida Ninfa. O ancora, come quel vecchio Cupressus sempervirens interamente e poeticamente invaso da quella mastodontica Rosa filipes: un sostegno, vivo, una spalla su cui piangere, un bastone per la vecchiaia.

Ne è pieno il giardino, di immagini di aiuto reciproco. Ed ovunque è possibile scorgere cose che si trasformano in altre, cose preziose che in un normale giardino domestico sarebbero il punto focale, un’emergenza da evidenziare, qui divengono supporti, sfondi, quinte, tendaggi. Da un punto preciso del giardino, quasi a bordo fiume e nei pressi della capanna con il tetto di giunco tanto frequentata in altre epoche da artisti di fama internazionale è possibile scorgere, tra mille essenze variopinte e affascinanti a creare una lunga serie di quinte, un’emergenza colorata tra le più belle. A nasconderla agli occhi frettolosi vi sono le fronde di un grande Ilex non ancora ben identificato, la piccola collezione di Rose David Austin, un mare di felci Phyllitis scolopendrium, il tronco pachidermico del Cedrus deodara. Lì, in fondo, scostando con lo sguardo qualche fronda di Acer palmatum dissectum declinato in numerose cultivar e proprio accanto alla magnifica Rosa ‘M.me Alfred Carrier’, ecco delle banalissime Lagerstroemia indica. Ma non è ancora arrivata l’emergenza. L’emergenza è sotto, ombreggiata, è un’erbaccia. La Phytolacca americana. La presenza di questa erbaccia da estirpare non si comprende per buona parte dell’anno, finché non fiorisce la Lagerstroemia, coi suoi sgargianti fiori fucsia… sono dello stesso, identico colore dei gambi della Phytolacca. E allora non c’è Rosa ‘Fellemberg’ che tenga, né appariscenti Pavonia rosea, l’emergenza è proprio lo stelo della P. americana sormontata dalla L. indica: due piante banalissime che si si spalleggiano vicendevolmente coi loro perfetti richiami cromatici.

In un altro punto del Giardino, il famoso boschetto di bambù (Phyllostachis viridis mitis) nell’angolo orientale di Ninfa, si possono scorgere bellezze inenarrabili, quelle bellezze che nessuna macchina fotografica è in grado di immortalare così come sono. In un continuo modificarsi di cornici, le prospettive cambiano di continuo, i quadri naturali si riassestano ad ogni passo. Quello che per un momento è cornice, dopo un istante diviene soggetto. Ma il quadro naturale più struggente lo si vede dalla grandissima bestia dalle piume rosse, Acer palmatum dissectum atropurpureum, un acero nano giapponese che in pochi decenni ha raggiunto una grandezza ragguardevole. Questo esemplare – forse tra i più belli al mondo – sarebbe senza dubbio un’emergenza, un punto focale. Qui non è altro che cornice, chiude la visuale, invita a spostare lo sguardo altrove: il tronco bicolore di un diffusissimo (in area pontina) Eucalyptus camaldulensis che cela la meraviglia del Quercus ilex crollato da quasi un decennio e ancora vivo. Alcuni visitatori riescono a scorgere nel tronco crollato il profilo della testa di un cavallo. Gli appariscenti e monumentali P. viridis mitis sono solo uno sfondo del quadro; la cornice, a destra, è composta dal muro di una affascinante rovina che è traliccio per un tris di rose tra le più profumate: ‘La Mortola’, ‘M.me Gregoire Staechelin’, ‘Easlea’s Golden Rambler’.

In un giardino informale, e soprattutto a Ninfa, mai soffermarsi sulle cose più grandi che ci si palesano davanti gli occhi.

Ciò che poco prima era sfondo, il “boschetto” di Phyllostachis viridis ‘Mitis’, girando l’angolo diviene una capanna, un abbraccio fresco e accogliente nelle più calde e afose giornate della pianura ai piedi dei Monti Lepini, quelle giornate in cui non soffia un alito di vento complice la conformazione geografica del territorio in cui si adagia il Giardino. Ci si ritrova piacevolmente sopraffatti dall’altezza degli steli del bambù: ci ricordano che nel mondo siamo decisamente piccoli e indifesi – come è giusto che sia – esattamente come le formiche che si spostano frettolosamente al di sotto di minuscoli fili d’erba. Noi e le formiche, in fondo, non siamo così diversi.

Un luogo come Ninfa ci è necessario per comprendere il nostro posto del mondo. Ed ecco un altro paradosso del Giardino: creato da uomini e donne, ricorda a uomini e donne la loro sbagliata concezione della loro importanza. Questo non lo rende un normale giardino, lo rende un’opera d’arte che porta con sé un insegnamento profondo e inequivocabile.

Custodita gelosamente dall’abbraccio dei bambù, proprio al centro del boschetto vi è una delle numerose sorgenti che alimentano il fiume. L’acqua sgorga gelida, e lenta si riversa nel corso d’acqua principale che taglia quasi esattamente in due metà il Giardino e, in passato, la città.

Ma nell’acqua apparente ferma, che in realtà è in un instancabile ribollire, si scorge un riflesso che ci fa capire finalmente – dopo tanto stupore e autoanalisi – il protagonista di questo angolo di paradiso. Quasi all’estremità del Giardino si staglia, infatti, una delle rovine più affascinanti della città di Ninfa, la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, e proprio dall’apparentemente distante boschetto di Phyllostachis si può scorgere molto bene il suo campanile in stile bizantino. Ci si deve concentrare però, bisogna essere abituati a lanciare lo sguardo oltre, bisogna lasciarsi andare e permettere al Giardino di guidarci. Chissà se Gelasio Caetani, quando ha messo a dimora i primi culmi di bambù – presi nell’altro giardino di famiglia, il Fogliano – era consapevole della magia che avrebbe permesso alla natura di creare in questo angolo. Mi piace piace pensare di sì, la sapeva lunga lui.

E anche la nipote di Gelasio, Lelia Caetani, considerata la vera artista del Giardino di Ninfa, la sapeva lunga. Aveva ben compreso la profonda saggezza che la natura era in grado di trasmettere agli umani, amplificando ancor di più la romantica maestosità dei paesaggio, la valanga emotiva che i colori e la luce sono in grado di generare negli animi. Una delle opere che meno si ricordano di lei è proprio la maggiore naturalezza e apertura-dello-sguardo conferita a tutto il tratto di fiume che attraversa il giardino. Sua madre Marguerite aveva infatti piantumato sugli argini del fiume numerosi Salix babylonica, belli e affascinanti. Ma il fiume è un amplificatore del Giardino, della luce e delle ombre,  Lelia è stata capace di renderlo un elemento palesemente vivo durante tutto l’anno, forza generatrice e trasformatrice delle atmosfere di questo luogo fatato: ha deciso di eliminare tutti i salici tanto desiderati e amati dalla madre. E’ tornando a Ninfa durante le quattro stagioni che si capisce la forza del fiume. Durante le due “belle stagioni”, le colorate primavera e autunno, il fiume è uno specchio fluido che sdoppia colori e immagini. L’acqua, riflettendo i colori e le forme di Prunus, Cornus, Rose che si stagliano al di sopra, pare ricordarci “è grazie a me che esiste tutto” – e noi appassionati giardinieri lo sappiamo fin troppo bene. Quando in estate il Giardino pare divenire solo verde, le chiome degli alberi hanno creato grandi ombrelli sotto i quali proteggerci dalla calura estrema e ci permettono di tornare ad aprire gli occhi stanchi per i taglienti raggi del sole pur camminando in una nuvola di bruma onnipresente, il fiume smette di riflettere colori, si scurisce grazie alle piante acquatiche che spontanee crescono sul fondale (Elodea canadensis, Callitriche stagnalis, Nasturtium officinalis, Sparganium emersum subsp. fluitans) e di colpo ci immerge in una atmosfera ombrosa di apparente frescura, solo visiva, ma tanto basta.

Ma è in inverno che a mio avviso il fiume da il meglio di sé. Quando gli alberi decidui hanno lasciato andare tutte le foglie, cadute ai piedi della loro dichiarata maestosità, al fiume non è rimasto altro da riflettere che i colori e le luci del cielo. Si compie la magia, il fiume si trasforma in una lama fluida che solca profondamente il terreno, un raggio contorto di luce che, andando contro ogni principio astronomico, illumina la vita dal basso, facendo concorrenza al sole.

Sono passati circa due millenni da quando il fiume Ninfa è stato nominato per la prima volta in uno scritto. Ha attraversato epoche, fasti, glorie, distruzioni, decadenze, abbandoni e ora affronta giorno dopo giorno, a testa alta, i volti di migliaia di turisti che vi si specchiano. Il fiume Ninfa ne ha viste di facce, e ognuna di esse ha contribuito ad arricchire il giardino di vite, dolori, gioie, stupori, amori, delusioni, rivelazioni, magie, storie.

Eppure, il fiume non è stanco, va avanti, continua a scorrere.


Verde di Paese

storie di piante e condivisione
di Riccardo Primitivo Fiorucci

Passeggiare per borghi e piccoli paesi più o meno distanti dalle grandi città è tra le attività che più amo. Rilassa, permette di scoprire nuovi scorci, di gustare piatti tradizionali, ma al contempo di fare un po’ di moto, camminando per vicoli tortuosi e spesso organizzati su importanti dislivelli. Si sale, si scende, spesso si scivola o si inciampa nella pavimentazione sconnessa e usurata dal tempo e dai passi di generazioni e generazioni di persone che hanno abitato e lavorato in quelle stradine. Il turismo “lento” che porta con sé la riscoperta dei borghi lontani e isolati è infatti una cosa recente, che da relativamente pochi anni è entrata a fare parte della vita di quasi tutti, spingendo tutte le classi sociali a preferire queste piccole scoperte urbane alle più note e tradizionali “gite fuori porta” nel verde.

Questi borghi hanno dunque condotto la loro vita “isolata” per decenni, spesso e volentieri senza attrezzarsi al meglio per il turismo e, soprattutto, senza vestirsi con gli abiti buoni della domenica per i “forestieri” nel tentativo di ammaliarli e irretirli nei dedali di viuzze contorte e fitte. Nella maggior parte dei casi queste piccole realtà hanno continuato a farsi belle per loro stesse, abbellendosi senza seguire le mode del momentaneo e, soprattutto, utilizzando quello che c’era.

Chiunque abbia visitato un borgo, più o meno antico, si sarà stupito per la quantità di vasi pieni di piante ornamentali presenti nelle strade, soprattutto pedonali. Decine di vasi ricolmi di verde ammassati contro le facciate di abitazioni modeste, che si addensano particolarmente a ridosso delle porte di ingresso o delle finestre al piano terra, dalle quali è facile scorgere signore diversamente giovani intente a rimescolare pietanze, profumate e ricche, in cottura sui fornelli a gas. Scene a cui ognuno di noi ha assistito in appartamenti nelle grandi città. A stupirci e a darci un senso di “autenticità” in un piccolo borgo e il semplice fatto che tutto ciò è facilmente osservabile e fruibile dalla strada. Qui, dove gli spazi sono ridotti e non servono atrii inutilmente vuoti e portinerie a dare sicurezza, tutto avviene più in prossimità della strada, permettendo a tutti, autoctoni o viandanti di passaggio, di godere della vista di una quotidianità altrove celata, di godere del suono del chiacchiericcio domestico, di fruire degli odori di pietanze semplici, ordinarie, squisite.

Anche il verde ornamentale privato, di conseguenza, subisce di questa apparente promiscuità, e si deve per necessità spostare dalle terrazze appartate ed “elevate” cittadine alle strade “paesane”, decidendo di occupare un luogo che nelle grandi città è considerato di nessuno, dunque disprezzato, ma che nel borgo è considerato di tutti, da arricchire, rispettare, mantenere.

È la mancanza di spazio, o per meglio dire la diversa organizzazione degli spazi a dimensione d’uomo, a cambiare la percezione di tutto. La vicinanza a tutti, il semplice fatto di poter vedere facilmente dentro casa del vicino di casa, la facilità con cui si sente il dirimpettaio aprire l’acqua della doccia e di intuire al volo cosa si sta preparando per cena nella casa all’angolo, questa promiscuità che è in realtà semplice comunità, instilla nella persona un desiderio di cura e amore per ciò che è non solo proprio, ma fruibile dal prossimo con lo sguardo, il tatto, l’olfatto.

Infine, la mancanza dello spazio sufficiente a installare un verde ornamentale urbano, pubblico, come nelle grandi città, fa il resto. Se non fosse per il verde privato, in un borgo, proprio per la sua struttura, si potrebbe non incontrare mai una foglia verde se non percorrendolo tutto quanto, fino ad arrivare agli orti delle abitazioni più periferiche che confinano con le campagne circostanti.

Gli esseri umani hanno bisogno del verde, di un verde a portata di mano, a portata di naso e a portata di occhi, e lo portano ovunque sia necessario allo spirito. Ma il verde ha sempre (o quasi) bisogno di un contenitore adeguato a ospitarlo al meglio, al fine di assicurargli una vita sana e, in alcuni casi, protezione. Qualsiasi oggetto diviene, nel verde privato, un contenitore adatto. Se ne vedono davvero di tutti i colori, di tutte le forme, di tutte le fogge, e molto spesso nessuno di questi contenitori nasce esplicitamente come vaso. Ma l’ingegno e la necessità, non solo dunque il desiderio ma il vero bisogno di avere un quadratino di verde accanto, attivano le risorse dei più fantasiosi che si ingegnano a tramutare in altro ciò che è nato per uno scopo totalmente differente. Ed è proprio quì che nasce la vera opera d’arte, l’antica e ben nota “arte di arrangiarsi” che diviene una sfida ad apparire come arte della creatività. L’arrangiarsi, l’accomodare qualcosa, diviene piuttosto una sfida di creatività con lo scopo di divertirsi e di divertire il prossimo, facendo sfoggio delle proprie capacità nel rendere ancora vivi degli oggetti divenuti ormai inutili o inutilizzabili, che acquistano in certi casi caratteri di monumentalità e artisticità. I vecchi oggetti tramutati in vasi si rivestono talora di colori brillanti e improbabili, acquisendo un’aura scherzosa e divertente, talaltra mantengono le loro finiture originali, scrostate e invecchiate dal lungo uso e adesso anche dallo stare all’aria aperta, caricandosi di una struggente e struggevole incapacità di mutarsi in altro, ma bensì divenire una ingombrante presenza antropica divorata dalla forza della natura. Restando intatto e non artigianalmente modificato, l’oggetto diviene infatti la manifestazione del tempo che, lento, passa su tutto e lo trasforma in uno scenario altro: ciò che resta della civiltà umana che si sposta altrove, e che lascia dietro di sé delle tracce inevitabili che la natura, con estrema lentezza e perseveranza, invade, ricopre, fagocita e digerisce. Diventa un po’ come passeggiare in uno splendido giardino romantico, disseminato di antiche rovine (vere o posticce che siano) che diventano recipienti e supporti per le specie vegetali messe a dimora, in una continua ed eterna esaltazione reciproca delle proprie esteticità.

Chi fa giardinaggio, nel privato, in situazioni urbane, è un grande artista. E chi fa questo tipo di giardinaggio ne è consapevole solo a metà. Ma un occhio attento ed esterno può facilmente rendersene conto passeggiando con la mente libera e gli occhi di un falco in un piccolo borgo medievale. In altri contesti urbani tutto questo non avviene, forse perché in una grande città la probabilità di incontrare per la seconda volta un passante che girovaga per le strade è decisamente scarsa. Il senso di “vergogna” nel mostrare la propria quotidianità presente o passata, unito al desiderio sfrenato di fare un’impeccabile prima-impressione, impediscono ai selvaggi coltivatori urbani di dare sfoggio delle proprie capacità creative, costringendoli all’allestimento, sempre se presente, di soluzioni verdi decisamente meno personali, asettiche, di pura formalità e decorazione, prive di un certo arricchimento di oggetti personali, e in generale più banali. Ovviamente è possibile trovare  degli angoli che siano sia verdi che artistici anche in alcune grandi e frequentate città, ma ben circoscritte in alcuni quartieri ben definiti e che sono caratterizzati da vicoli stretti e tendenzialmente pedonali, origine popolare dell’agglomerato urbano, grande presenza di persone anziane. È facile trovarsi in situazioni di “verde di paese” in città grandi come Roma, Napoli, Cagliari, Palermo, oltre che in piccoli borghi medievali, ma unicamente in quartieri-pigne, che sono i centri più antichi, tortuosi, popolari e architettonicamente bassi delle città. Si tratta di aree urbane che, pur avendo subito importanti rivisitazioni e lavori di ricostruzione, hanno mantenuto per volontà o necessità economica un carattere ben definito, continuano a essere abitati da comunità unite, legate, con un desiderio di condivisione ben differente da quello riscontrabile in vaste aree residenziali moderne e con grandi palazzi in periferia.

Si noterà facilmente, nelle lunghe passeggiate alla scoperta dei segreti e degli scorci dei borghi più remoti, tra l’autenticità finalmente dedicata all’assetto urbano a misura d’uomo, una certa ripetitività nelle essenze usate dai selvaggi coltivatori urbani. Questa ripetitività crea omogeneità e un dichiarato legame tra i numerosi vicoli, un leitmotif vegetale che si snoda e si fa ri-ascoltare di continuo tra il suono – anche lui ripetitivo – dei nostri passi sui lastricati usurati, levigati, lucidi.

Le specie utilizzate sono davvero poche, e le si potrebbero contare sulle dita di due mani e un piede. Sono sempre le stesse, salvo rarissimi casi ben circoscritti. E la cosa più sorprendente è la ripetitività delle piante utilizzate in tutti i borghi dell’Italia peninsulare. Salvo pochissime licenze regionali, o provinciali, sarà facile notare che le stesse piante incontrate a Sanremo le si potranno ri-incontrare a Perugia, e a Sermoneta, e a Ischia, e ancora a Cagliari. Alcune licenze regionali sono ovvie, per chiare ragioni climatiche che permettono ai borghi insulari e costieri del Sud di sbizzarrirsi con poche essenze in più, ma sempre utilizzate come un pattern che si ripete in tutta la zona, allargandosi come un puzzle che si compone piano piano, inesorabilmente, fino a raggiungere i confini climatici e costieri. È chiaro, dunque, che la ripetizione incessante di questa manciata di specie vegetali su tutti i davanzali e angoletti verdi riversati sulle stradine strette dei piccoli centri ha una sola, palese spiegazione: la condivisione.

E sono poche le cose che riescono ad essere condivise con la stessa facilità delle piante. Le piante crescono, crescono continuamente, le si può dividere in due, in tre, in quattro, in dieci e loro, in tempi relativamente brevi saranno tornate ad occupare lo spazio di prima, e questa immensa magia può ripetersi potenzialmente all’infinito. Questa caratteristica rende le specie vegetali le forme più perfette di condivisione della bellezza e della vita, ma anche la creazione di un filo, una comunicazione impercettibile tra persone vicine o lontane che hanno tutte un pezzo della stessa pianta. Trovo non ci sia nulla di più prezioso di una pianta donata da una persona cara, poiché la pianta, con la sua capacità di moltiplicarsi, crescere, dividersi, e di rimanere potenzialmente in vita per sempre, rappresenta proprio la bellezza e la mutabilità del rapporto umano. È inoltre sempre qualcosa di molto prezioso non certo per il valore economico, quanto per il suo valore legato al tempo speso nelle cure.

È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.

(Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry)

La condivisione delle piante diviene motivo di orgoglio, un rituale al pari della partecipazione a una festa di paese, al pari dell’assunzione dell’ostia durante la messa. È tutto un fermento, che si muove lento e inesorabile come un pezzetto di pasta madre donato per lievitare il pane: vivo da non-si-sa-quando, vitale per non-si-sa-quanto. Si tratta di un’eredità da trasmettere alla propria e alle future generazioni, consapevoli di non sapere, un giorno, dove arriverà una piccola talea della pianta madre, e consapevoli anche che si potrebbe stilare un albero genealogico della propria pianta, tramandata come le perle di famiglia o la fede nuziale della trisnonna.

Ma a differenza delle perle della nonna, preziose, di valore non solo economico e artistico ma anche affettivo, le piante non sono indivisibili, bensì facilmente riproducibili. Alcune lo sono decisamente più delle altre, e non è un caso se la manciata di piante più presenti tra i vicoli angusti dei borghi italiani sono proprio queste. L’estrema semplicità nell’individuare il modo giusto per creare un nuovo esemplare, unita all’evidente esuberanza nella crescita, rendono queste essenze il gioiello perfetto da condividere senza troppe remore.

E’il caso, per esempio, della Crassula ovata. Infatti, nei vicoli più assolati si ergono, come microscopici e vecchissimi giganti, dei maestosi alberi in miniatura, le cui foglie carnose, grasse e del colore della giada fanno sfoggio di sé stesse sui grigi, scialbi ma nodosi tronchi. La sensazione, toccandole, è quella di accarezzare delle foglie sulle quali è stata per errore fatta gocciolare la cera calda di una candela, rappresa poi sull’intera superficie con la complicità dell’aria fresca della sera. E coi freddi più intensi queste foglie tingono le punte e le basi con una gradevolissima colorazione rosso-violacea, come preparandosi ai freddi più intensi del Natale, addobbandosi a festa per l’occasione.

Le foglie, carnose e paffute, sembrano schegge di giada tondeggianti e accuratamente levigate poggiate su rametti secchi, proprio per bellezza. Non è un caso, infatti, se è universalmente noto come albero di giada. La giada è da sempre simbolo di benessere, ricchezza, prosperità e lunga vita, e nella cultura orientale, ma non solo, era ed è un materiale fondamentale. Secondo le tradizioni popolari, addirittura secondo il Feng Shui, questa pianta si porta appresso gli stessi magici poteri della pietra, rendendola un elemento indispensabile e imprescindibile per lo spazio verde di un appassionato del verde, che la pone nel vaso più bello e prezioso del suo angolino a fare da totem magico calamita di felicità, serenità, benessere.

La semplicità elementare di riproduzione di questa essenza, poi, rende tutto ancora più facile. I suoi rami, in condizioni di elevata umidità e scarsa luminosità, producono spontaneamente radici aeree, e staccandoli con un coltello affilato, o come si fa di solito con un sonoro crack semplicemente torcendo un ramo, una volta fatti asciugare alcuni giorni radicano alla perfezione, assicurandosi una nuova dose di ricchezza e benessere per sé o per il fortunato ricevente della preziosissima talea. Un augurio semplice come spezzare un panino, che fa sperare con poco, ci fa sognare di poter stare meglio o di fare stare meglio un’altra persona o famiglia. Del resto le magie nascono da questo: dalla speranza e dalla convinzione che i gesti, come le parole, hanno un peso e un potere, e la convinzione è alla base della fede. Nulla può essere più potente di questo.

Ovunque, però, sembra che i vicoli siano addobbati a festa, in una perenne infiorata, grazie alla diffusione di di mano-in-mano di alcune essenze davvero appariscenti quali le Echeverie. Fioriscono, certo, ma il fiore più bello è composto dalle stesse foglie che si raccolgono in rosette alle estremità dei fusti. Verdi, rosa, rosse, porpora, gialle, viola, azzurre, le loro foglie succulente e cerate sono oramai diffuse in una miriade di sfumature che si trasformano con il passare delle stagioni, con il variare dell’insolazione, con l’escursione termica. Sembra, passeggiando in questi luoghi fatati, di essere circondati da centinaia e centinaia di piccoli negozietti di fiori, tanto sono varie le fogge delle echeverie. Chiederne un ciccio, o una rosella, o un getto (cioè una talea) ai proprietari non costa nulla. Donarne anche, è gratis. Ed è così che tutto il borgo si è addobbato a festa.

Nelle regioni più fresche, o nei borghi meno assolati, dove i vicoli si addensano, e le case a più piani non permettono ai raggi del sole di colpire direttamente e per molte ore consecutive le strade, tra l’umidità e il fresco si rapprendono in folti ciuffi le foglie allungate e appuntite, scurissime, dell’Aspidistra elatior. L’Aspidistra predilige angoli scuri, bui, ombrosi, freschi, e le sue foglie ricordano degli spiritelli dei boschi: si muovono in gruppo e nell’ombra per non farsi vedere dagli umani e non scottarsi troppo al sole, dritte dritte su lunghi e rigidi piccioli che affondano nel terreno. I suoi bisogni primari ridotti all’osso, poca luce, poca acqua, poco nutrimento, poco-di-tutto, le hanno fatto guadagnare il soprannome di “pianta di piombo”. Non è raro vederla perfetta, verde e inscalfita da calamità alcune, nonostante sia contenuta in un vecchio vaso di una casa abbandonata, senza cure. I suoi solidi rizomi corrono pochi centimetri sotto il terreno, ed è semplicissimo donarne un vasetto al vicino di casa per adornare, alla foggia delle romantiche ed eleganti ville vittoriane inglesi, il modesto cortile. Un augurio di ricevere fedeltà e riconoscenza nonostante le scarse cure. Un augurio di farsi bastare il poco che si ha.

Ma ci sono alcune essenze ben più preziose, esposte al mondo, magari in strada, ma sorvegliate e custodite gelosamente per mantenerne l’integrità, perché sono un pò come l’eredità da lasciare ai figli.

Chi ha avuto la fortuna di passeggiare per le strade di Palermo, o meglio ancora per alcuni piccolissimi centri tra Catania e Siracusa come Giarre e Riposto, sa bene che nessuno si esime dal posizionare in balcone, sul davanzale o in giardino un’essenza ben precisa, divenuta ormai nei secoli uno dei simboli della Sicilia e in particolare delle aree che ho citato. Si tratta della Plumeria, o Pomelia, o Frangipane.

La Plumeria ha trovato nell’isola siciliana un habitat perfetto per migrare al di fuori delle tropicali regioni di origine, tanto da modificarsi nel corso degli ultimi secoli e dare origine in maniera spontanea a varietà ormai definibili autoctone, più resistenti delle originali tanto al sole più cocente quanto ai “freddi” che possono subire. La ‘Palermitana’ in primis, P. acutifolia. Ma è facile incontrare decine e decine di varietà, di specie e cultivar diverse di Plumeria.

La bassa manutenzione di cui necessita nei climi siculi, e le sue caratteristiche estetiche e organolettiche la rendono la pianta perfetta da coltivare e condividere. I suoi fiori compaiono nella tarda primavera e continuano a formarsi fino all’autunno, bellissimi, grandi e appariscenti. Ma a renderla la pianta più amata e coltivata è il loro profumo, da godere e annusare il più possibile prima che il fiore, dopo un paio di giorni, cada a terra intonso e quindi si presti ad essere raccolto con cura genitoriale e posto a galleggiare in ciotoline colme d’acqua, in casa, lontano dai raggi del sole.

Condivisa soprattutto in occasione delle nozze, le madri, molto prima del matrimonio delle loro figlie, mettevano a radicare nella giusta stagione il ramo più bello del loro alberello di Pomelia, per poi donarlo alla figlia che lo avrebbe posto nel balcone della sua nuova dimora e avrebbe quindi potuto godere ancora del profumo e della bellezza della sua vecchia casa. Il ramo di Pomelia, per diventare un nuovo alberello, doveva subire una lunga quarantena. Tagliato, lasciato asciugare fino ai primi caldi intensi, messo in un vaso pieno di terra povera e sabbia e mai più innaffiato fino alla comparsa delle prime nuove foglie, segno che solo dopo un lunghissimo periodo di povertà e privazioni può nascere un nuovo fuoco. Bisognava prepararsi per tempo, dunque. Come per tutto. E attendere.

Autore/iRiccardo Primitivo FiorucciEventoFvpv

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