Giardini spontanei

di Luca Quilici

PREMESSA

Cari organizzatori del festival, mi chiamo Luca ed ho 31 anni. Negli ultimi dieci anni ho lavorato come dipendente in aziende di giardinaggio e manutenzione del verde. Non ho titoli particolari; nel mio percorso di studi non ci sono né scuole per giardinieri né università di paesaggismo, solo l’esperienza accumulata in questo decennio di lavoro e un corso professionalizzante di garden designer, del quale purtroppo non posso dirmi soddisfatto.

Amo però profondamente la natura: ha iniziato ad affascinarmi esattamente quando ho cominciato questo mestiere, ma non grazie ad esso, anzi, tutto il contrario. Dopo un paio d’anni sono comparse le prime domande sul perché quello che facevamo nei giardini era così diverso da quello che accadeva in natura, fuori dagli spazi umanizzati, e se fosse davvero necessario mettere in atto tutte quelle pratiche. Non mi ci è voluto molto per capire che dietro la parola “cura” spesso si nascondevano altre parole come controllo, pulizia, formalità, ma sopratutto che quello di cui ci si prende cura non sono le piante, tanto meno la natura, ma unicamente il desiderio del committente. Il lavoro del giardiniere è una guerra aperta e dichiarata alla natura e alla sua intrinseca capacità di trasformazione e cambiamento: erbicidi, pesticidi, sfalci, potature, concimi e piantumazioni non sono altro che strumenti di contenimento e regolazione, finalizzati a realizzare il desiderio di qualche essere umano e a fare di tutto per mantenere inalterata la sua idea di giardino.

Sono così iniziate le mie prime esperienze di giardinaggio alternativo ed è nata l’idea dei Giardini Spontanei, ancora nebulosa e assolutamente imprecisa; si era accesa una passione, la necessità di passare dalla parte creatrice, libera, quella della meraviglia, del caso,  dello stupore e della vita. Ho iniziato a leggere quante più cose mi aiutassero a capire, dai testi scientifici a quelli divulgativi e tecnici. Inutile dire che nei miei dialoghi privati con i libri mi hanno dato forza e compagnia, sopratutto all’inizio, i testi di Gilles Clément; oggi mi sembra impossibile non conoscerlo ma all’epoca era sbucato da uno scaffale, quasi miracolosamente. Da allora ho partecipato a workshop ed incontri sul tema, come il 53° IFLA World Congress e l’incontro tematico ”Spaesamenti” del ciclo di  incontri del terzo luogo (https://www.manifattureknos.org/knos/calendario.php?eventID=472 ) delle Manifatture Knos, in collaborazione con Clément e Paysagistes Sans Frontières e con la partecipazione di Atelier Coloco.

I primi tentativi pratici di giardino spontaneo sono avvenuti tramite un associazione di cui facevo parte, i ”Giardinieri Sociali – Parco della fonte” (https://www.facebook.com/parcodellafonteVR/ ) nella città di Verona. Avevamo in gestione 3000 Mt di terreno di cui metà  orto collettivo e metà giardino spontaneo in cui realizzavamo eventi o invitavamo semplicemente le persone a frequentarlo, così da creare l’opportunità di  riprendere una dimensione urbana quotidiana con la natura selvatica. Al Parco della fonte mi occupavo della “gestione” del giardino e dell’organizzazione di eventi di divulgazione e sensibilizzazione, sopratutto incontri di lettura e dibattito sul tema del giardino.

Due anni fa ho lasciato l’associazione e cambiato casa, e proprio in questo cambiamento mi è giunta l’opportunità di iniziare una nuova fase di sperimentazione. La casa di cui stavo per diventare affittuario aveva un giardino, ma tutta la parte erbacea era inesistente, una distesa di terra appena riportata, con solo qualche arbusto sopravvissuto ai lavori di ristrutturazione: insomma, un terreno di lavoro aperto a tutto. Qui ho sviluppato ulteriormente le caratteristiche e le modalità di progettazione di un  giardino spontaneo e organizzato anche un ciclo di incontri di avvicinamento al giardino (https://www.facebook.com/events/344500652877922/ ). Tra i partecipanti, alcuni ragazzi appassionati di permacultura mi hanno dato il motivo di approfondire almeno un poco l’argomento, ed è stato illuminante. Pur non ritrovandomi nell’idea necessariamente “produttiva” della permacultura, il metodo progettuale di pensare per aree mi ha aperto delle opportunità prima ignorate. Tra le persone che più recentemente mi hanno dato nuova ispirazione c’è l’ex-garden designer Mary Raynolds: “l’incontro” è avvenuto casualmente navigando nel web, dove mi sono imbattuto nel progetto “ We are the ark “ (http://wearetheark.org/ ).

IL GIARDINO SPONTANEO

Abbiamo bisogno di spazi naturali, non solo dal punto di vista biologico o per la capacità di mitigazione ambientale: ne abbiamo bisogno perché la natura è la Vita. Dovremmo creare un nuovo rapporto con essa, di condivisione, accettazione e comprensione, non più antropocentrico. Come esseri umani abbiamo perso il senso di come rapportarci ad un mondo di cui siamo parte, ma non il fulcro.

Sempre più spesso si sente parlare di giardini selvatici, inselvatichimento delle città, giungle urbane, ma quanto c’è di vero in questo? Quanti dei giardini privati o pubblici che conosciamo sono veramente prodotti da un atto deliberato della natura?

Il più delle volte stiamo parlando di aree composte da piante autoctone, ben bilanciate per ricreare un sistema ecologico, ma che restano spazi interamente progettati a tavolino e pensati  per rimanere pressoché identici a come sono stati immaginati. Mi chiedo allora dove siano alcuni dei processi fondamentali, come la colonizzazione dei suoli da parte delle pioniere e la successione ecologica che porta al raggiungimento di un climax. Dov’è il mescolamento casuale delle specie, se persino le piante alloctone vengono decise? Dov’è la natura se abbiamo organizzato persino come quello spazio dovrà diventare nel corso degli anni? Quanti di questi giardini assomiglierebbero a loro stessi, a quello che sarebbero stati senza il nostro intervento? Perché questi spazi restano così profondamente diversi dalle aree abbandonate, dove invece una natura priva di “cultura” inventa se stessa con nuove forme e colori, ma sopratutto nuove relazioni?

Con questo non voglio negare l’utilità biologica di sostituire un prato fiorito ad un comune tappeto erboso, ma se faremo di tutto perché quel prato fiorito esista e resista nel tempo, non avremo cambiato il nostro atteggiamento e rapporto con l’ambiente che ci circonda e le sue dinamiche.

La natura, ne siamo consapevoli, “lavora” con o senza la nostra presenza. I giardini selvatici non dovrebbero risultare quindi tanto distanti da quegli spazi realmente inselvatichiti; per essere naturali non dovrebbero essere ricostruiti per sembrare tali, perché la natura è già presente, e non si manifesta solo con il nostro intervento o dopo di esso. Dovremmo solo lasciarle la possibilità di agire, inventare, esprimersi, rendendo semplicemente il nostro segno più leggero. Per farlo credo  sia necessario non più progettare il giardino perché sia naturale ma lasciarlo essere naturale: pensare agli spazi, non a ciò che li riempie.

Ho chiamato questi giardini spontanei proprio perché questa caratteristica porta ad una mancanza di equivoci, ciò che è spontaneo è ciò che nasce senza il nostro intervento, né necessariamente autoctono né necessariamente alloctono, solo quello che nasce. Sono giardini più simili a loro stessi, a come sarebbero senza di noi.

  • Un giardino spontaneo non è solo un giardino, ma prima di tutto un frammento di questa Terra, ed in quanto tale è espressione delle comuni dinamiche naturali. Se  non è definibile come un’area naturale fin da subito si può dire però che possiede quel potenziale in modo intrinseco.
  • Un giardino spontaneo è formato per intero o quasi da piante nate spontaneamente, nate cioè senza il nostro intervento intenzionale, né seminate né trapiantate. La minoranza che non rientra in questa tipologia, che quindi è stata seminata o trapiantata è comunque composta da piante locali i cui semi possono essere raccolti (con le dovute accortezze) nelle vicinanze e solo in secondo caso acquistate da vivaisti e produttori che certifichino la provenienza locale del seme o della giovane pianta (come nel caso di arbusti e alberature spesso reperibili presso i vivai forestali).
  • Il giardino spontaneo si divide in spazi o aree, tra le prime da identificare quelle di calpestio o aree di necessità (non solo i camminamenti) dove gli sfalci dell’erba dovranno essere più frequenti per poter permettere alle persone di svolgere le loro attività, siano esse di gioco, di convivialità, relax o di gestione (come l’asciugatura del bucato). Tutto lo spazio restante sarà diviso nelle varie aree climax. Queste aree sono definite in base alla possibilità (legata sopratutto allo spazio) di far evolvere quella determinata area nello stadio successivo verso il proprio climax. Possiamo avere ad esempio giardini con aree di sfalcio annuale dell’erba (similmente ai prati stabili), aree senza sfalcio ma “fermate” allo stadio prativo, aree di prato armato e aree di boschi giovani, tutte e quattro presenti nello stesso giardino. Quello che differenzierà queste aree nel corso degli anni non è dettato dalla nostra scelta personale di piante ed arbusti ma dalla differenziazione di “gestione” delle aree. Gli interventi all’interno delle stesse non saranno dettati quindi unicamente dal nostro gusto o dal nostro senso estetico ma prioritariamente dalla necessità che abbiamo di mantenere o meno quella determinata area in un determinato stadio, o la possibilità di lasciarlo evolvere liberamente verso il climax. In questo modo qualsiasi area in qualsiasi stadio sarà comunque un’espressione naturale in quanto composta e rappresentata dalle specie che l’hanno occupata. I nostri interventi così interferiranno in modo minimo sulle dinamiche naturali dell’intero giardino. Faremo lo stretto necessario.
  • In un giardino spontaneo si avrà cura che tutti gli interventi (se necessari) come semine, trapianti, sfalci potature ecc… siano fatti con la massima accortezza non solo verso il “soggetto” dell’intervento, ma anche verso le relazioni che esso sviluppa con gli altri organismi, e nella tecnica di lavoro più rispettosa. Nella potatura, ad esempio, oltre ad escludere il periodo di fioritura, si eviteranno i periodi con temperature eccessive sia di caldo che di freddo, ed i periodi di risveglio vegetativo. Si porrà attenzione anche allo sviluppo e alla maturazione del seme e alla sua dispersione, quindi non si procederà nel caso in cui la maggioranza dei semi sia ancora presente sulla pianta.
  • Un luogo dove le piante crescono libere nella forma che i processi evolutivi hanno e stanno definendo (rispetto dell’habitus e dell’architettura strutturale)
  • Un luogo libero da plastica, libero quindi da fonti inquinati, non rinnovabili e non eternamente riciclabili.
  • Si eviteranno interventi depauperanti del suolo e distruttivi verso le forme di vita: nessun erbicida, concime o trattamento; la natura non ha bisogno dell’industria chimica né del marketing che la sostiene.
  • La morte e i processi di trasformazione degli elementi sono di fondamentale importanza: foglie, frutti e legno non sono solo fonte primaria di sostanza organica, ma anche cibo e riparo per innumerevoli creature. La morte rappresenta quindi una parte sana e importantissima della vita del nostro giardino.
  • Si prediligerà l’utilizzo di attrezzi manuali; evitare il consumo di carburante e quindi combustibili fossili fa sì che si riduca l’inquinamento dovuto all’industria del carburante, ma anche quello del suo trasporto e dell’inquinamento prodotto dal macchinario in loco. Non dimentichiamo inoltre l’inquinamento acustico!
  • L’ illuminazione notturna artificiale è causa di disturbo ai cicli naturali delle piante. Se ne consiglia quindi l’ eliminazione; se non fosse possibile eliminarla, almeno ridurla agli spazi minimi necessari, utilizzando luci meno invasive ed assicurandosi che non si produca inquinamento luminoso: l’energia sprecata non è ecologica.
  • Nessuna irrigazione, le piante nate spontaneamente non avranno bisogno di altra acqua oltre a quella piovana. Forse si avranno tonalità più giallo-brune in piena estate, ma questo è assolutamente normale; le piante saranno indipendenti e si risparmierà su un bene tanto prezioso come l’acqua.
  • Ridurre le proprie aspettative sulle nostre azioni è un atto fondamentale di fiducia. Fare quanto è in mio potere per avere un prato come lo desidero, sia esso una monocultura o una culla di biodiversità, non è ricerca di equilibrio con la natura ma la realizzazione a tutti i costi di un proprio desiderio. Intervenire con leggerezza, senza predisporre tutto il necessario, essere gentili e stupirsi anno dopo anno di ciò che accadrà o non accadrà; l’importante è meravigliarsi della natura. Questo già lo facciamo…fuori dai nostri giardini.

Giardini autonomi, con una manutenzione di base semplice e alla portata di tutti, giardini che non riguardano l’economia e la mercificazione delle piante ma solo la vita che quel pezzo di terra può regalare, spazi che possano accogliere flora e fauna selvatica e magari aiutare l’incremento dei tanto citati corridoi biologici. Sono giardini che per esistere hanno bisogno di essere accettati; siamo disposti ad avere un po’ di erba gialla, qualche graminacea in più o in meno e che tutto è in costatante cambiamento? Siamo disposti ad accettare la realtà?

Ricostruire un rapporto di equilibrio e di equità con la natura significa viverla quotidianamente in un rapporto stretto, e il giardino ci offre questa opportunità; dovremmo però smettere di considerare la natura come un oggetto. Ci auguro di mettere in crisi i nostri valori per lasciarci stupire dalla casualità di quello che accadrà e ritrovare una dimensione leggera e forse persino più Umana.

Grazie del vostro tempo

Instagram: giardinispontanei

Giardini spontanei

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