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La scuola che vorremmo ..

La scuola che vorremmo ..

Via la cattedra, via le lezioni noiose di scienze e geografia, via la classe piccola o buia, dai muri graffiati e dal colore sbiadito, via quella luce appesa o quelle tende rovinate … E al loro posto? un progetto educativo rivoluzionario. La scuola biofila in cui far vivere ai bambini l’esperienza diretta con la Natura, il contatto con le piante e gli animali nel loro habitat e in cui crescere giovani illuminati.

Pannelli di canapa, argilla sughero bruno, una parete interattiva che permette di visualizzare informazioni e di interagire con esse, un video-oblò sul soffitto, una cascata d’acqua, alcuni erogatori di aromi, luci, emulatori di vento e calore,  lampade che modulano l’intensità d’illuminazione a seconda di quella naturale, pannelli radianti che diffondono calore omogeno. Dispositivi che emulano ambienti (il bosco, la montagna …), situazioni naturali, come ad esempio un temporale o il passaggio dal giorno alla notte, dal sole alla luna.

Dove siamo? In una Restorative School, una scuola con caratteristiche rigenerative rispettosa della Natura fuori e dentro di noi, dotata d’interfacce artificiali visibili/invisibili che stimolano nel bambino la percezione dell’ambiente scolastico come luogo che suscita emozioni e pensieri piacevoli.

Qui non ci sono cattedre, l’insegnante siede nei banchi e partecipa alla lezione, ogni aula ha un piccolo rifugio in cui nascondersi, le sedie hanno le ruote e gli armadi sono fatti per scrivere, le piante avvolgono gli spazi e buona parte del programma si svolge all’aperto. La scuola primaria di Gressoney-La-Trinité è un prototipo di scuola biofila, luogo di apprendimento capace di restituire energia psichica ai suoi piccoli abitanti, stimolare lucidità di pensiero e creatività, migliorare il senso di sicurezza e tranquillità, derivanti dal sentimento di empatia e affiliazione che si prova verso la Natura. Un ambiente biofilico può migliorare anche il piacere del lavoro e conseguentemente la produttività. Dalle rilevazioni condotte sul battito cardiaco e sugli impulsi cerebrali dei bambini, è emerso che l’attenzione che prima si rigenerava in 100 secondi ora si rigenera in 65 secondi.

Secondo Edward O. Wilson, la biofilia è «la nostra innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente». La biofila è una capacità, una caratteristica propria di qualsiasi essere umano e come tale può essere formata o sviluppata, coltivando quella forma di intelligenza definita dallo psicologo americano Howard Gardner, teorico delle intelligenze multiple, intelligenza naturalistica ed identificabile nella capacità di «riconoscere ed entrare in relazione con gli organismi viventi e gli oggetti naturali” e di “processare informazioni che permettono di distinguere tra oggetti naturali e artificiali». Se i bambini non hanno un adeguato rapporto con la natura, la biofilia non viene stimolata e l’intelligenza naturalistica si atrofizza, provocando quei danni nello sviluppo fisico e psichico dei bambini che Richard Louv, scrittore e giornalista, definisce – nel suo libro The Last Child in The Woods, Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder – come nature deficit disorder. In un’intervista di qualche anno al quotidiano inglese The Guardian, Louv diceva:

Per questa generazione, la natura è più un’astrazione che una realtà fisica. I bambini oggi possono parlarti della foresta amazzonica, ma non dell’ultima volta in cui sono entrati da soli in un bosco. La natura è qualcosa da guardare da lontano, qualcosa da consumare. Qualcosa di molto profondo è successo nel rapporto dei bambini con la natura.  “I videogiochi attirano i bambini all’interno delle loro case, ma ciò che li spinge dentro è la paura dei loro genitori: del traffico, certamente, ma anche del rapimento, dell’abuso , del pericolo. Non sto dicendo che non ci siano rischi là fuori, ci sono anche in natura. Ma è un piccolo rischio. E i bambini hanno bisogno di un piccolo rischio. A questo si aggiunga il doposcuola e l’idea molto moderna secondo cui il tempo di un bambino deve essere sfruttato in modo costruttivo. Insomma non c’è spazio per andare un pomeriggio nei boschi. Inoltre, chi si prenderà la briga di occuparsi del pianeta se non è rimasto nessuno capace di comprendere, interessarsi, connettersi con l’ ambiente naturale? Quello che stiamo facendo invece è instillare nei bambini una specie di ecofobia. Li stiamo sovraccaricando di scenari di paura e disastro: la preoccupazione per l’ ambiente sta schiacciando il rapporto dei bambini con la natura.

Il progetto di questa scuola nasce grazie all’impegno di un gruppo di ricercatori dell’Università della Valle d’Aosta che insieme al professor Giuseppe Barbiero, studiano la biofilia da dodici anni nel Laboratorio di Ecologia Affettiva (LEAF) all’Università della Valle d’Aosta. Le ricerche hanno dimostrato che il contatto con la natura ha un potere rigenerativo della capacità di attenzione diretta e sostenuta del bambino e migliora le sue qualità empatiche.  Come valutare la capacità biofilica di un ambiente? con il Biophilic Quality Indexes (BQI), lo strumento di misurazione, sviluppato dal professore Barbiero in collaborazione con la collega Rita Berto, che indica il potere rigenerativo di un ambiente.

In questa scuola del terzo millennio, anche la didattica è diversa perché si dà molta più importanza all’ambiente.

Il nostro lavoro – spiega Alice Venturella pedagogista e borsista di ricerca – segue la pista tracciata da Rachel e Stephen Kaplan, psicologi ambientali dell’Università del Michigan, che a metà degli anni Novanta sono giunti alla conclusione che vi siano due esperienze fondamentali capaci di stimolare una rigenerazione significativa dell’attenzione diretta dopo una fatica mentale: la wilderness, l’immersione nella Natura e la mindfulness, ovvero pratiche di meditazione che possono essere ricondotte alla meditazione di consapevolezza.

E così molte materie, soprattutto quelle scientifiche, sono svolte all’aperto e ogni giorno si dedicano pochi minuti (1 per ogni anno di età) al silenzio attivo, tecnica imparata dalla monaca zen Dinajara Doju Freire, che ha accompagnato l’equipe del professore Barberio durante tutta la ricerca. Il silenzio attivo è sedersi in consapevolezza come dice Thich Nhat Hanh, monaco zen, poeta e costruttore di pace, considerato oggi insieme al Dalai Lama una delle figure più rappresentative del Buddhismo nel mondo.

Se la scuola insegnasse a giocare con gli animali, esplorare le infinite forme di una pianta, ascoltare (e leggere) i racconti sui cicli biogeochimici del pianeta, incuriosirsi du come funziona un organismo vivente e il mondo circostante, affrontare le prime paure,  a rispettare il grande cerchio della vita. Se la scuola educasse alla biofilia e cioè ad affinare la propria capacità di comprensione del mondo naturale stimolando l’interpretazione, la curiosità e la creatività, avremmo dei ragazzi affascinati dalla Natura, rigenerati dai suoi poteri e soprattutto avremmo dei ragazzi felici!

 
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